Capire la Fatica

Brad Evans – centrocampista dei Seattle Sounders Football Club:

"Ho sempre sentito i miei allenatori dire che quando le gambe sono troppo stanche è il cervello a prendere il controllo. Negli anni mi sono reso conto che le cose non stanno esattamente così".


Un cervello stanco può compromettere le prestazioni tanto quanto un muscolo stanco.

La FATICA viene generalmente considerata un fenomeno strettamente legato alla fisiologia e agli attributi fisici. Sempre più ricercatori, tuttavia, sono concordi nel riservare alla mente un ruolo centrale nella percezione dello sforzo.

È il cervello, in effetti, a raccogliere le sensazioni fisiche - come i muscoli che “bruciano” o l’affanno - e a “decidere” quando il troppo è troppo. Rimane senz’altro vero che in situazioni di esaurimento fisico, debito di ossigeno o anche di dolore, la forza mentale di un atleta possa sopperire alla momentanea mancanza di efficienza. Ma se un atleta in quel preciso momento non potesse contare su una mente sufficientemente lucida?



La FATICA MENTALE può essere descritta come una diminuzione della motivazione, della lucidità e della capacità della mente di dominare sul corpo. A parità di intensità dell’attività fisica un atleta percepisce un maggiore sforzo. Quando un atleta ha la mente affaticata diminuisce la sua capacità di reazione e il processo decisionale diviene più lento e meno accurato.

La stanchezza mentale può indurre l’atleta a commettere errori in azioni che compie normalmente senza difficoltà e a perdere fiducia nelle proprie abilità tecniche. Durante l’esecuzione di un esercizio l’esaurimento muscolare sopraggiunge più velocemente. Più in generale le prestazioni fisiche subiscono un calo, in particolare quelle legate alla capacità di endurance.


QUALI SONO LE CAUSE?

In realtà lo spettro di ciò che può generare una spossatezza psicologica è talmente ampio - come si può intuire - che stilare una casistica è praticamente impossibile. In alcuni casi si può individuare la causa nell’utilizzo di videogames o nell’utilizzo dei social media, più spesso si tratta di vicende private. Lo stress, un recupero non adeguato dopo un allenamento o una scarsa qualità del sonno possono invalidare qualunque buon proposito. Ogni attività che risulti poco familiare o, al contrario, ossessiva o ripetitiva può provocare mancanza di energie e/o di motivazione.

Nel caso degli sportivi, però, alcune cause risultano più ricorrenti. L’attesa prima dell’inizio di una gara, la gestione di certe aspettative, o più semplicemente le necessità strategiche connaturate alla disciplina praticata, tutto contribuisce all’accumulo di stress. Si può osservare facilmente, poi, come la capacità di concentrazione cali progressivamente nel corso di una partita e nel corso della stagione.

SPORT DI SQUADRA.

Come ha commentato il Dr. Andrew Coutts sul Journal of Sports Sciences, "ad l’eccezione del combattimento militare […] gli sport di squadra recano molto più stress al cervello di qualunque altra attività fisica".

In effetti negli sport di squadra viene richiesto di rimanere vigili per lunghi periodi di tempo prima e durante una partita, dovendo aderire alle tattiche di gioco e adeguarsi costantemente ai movimenti degli avversari e dei compagni di squadra. Nel caso poi di squadre di alto livello a peggiorare la situazione intervengono fattori come la frequenza dei viaggi e la scarsità di giorni di riposo. Anche le interviste possono “sradicare” un atleta dal proprio stato di concentrazione.

Si può indurre un adattamento sul cervello in modo che rimanga efficiente anche durante sforzi intensi e prolungati.

COSTRUIRE UNA RESILIENZA ALLA FATICA MENTALE.

Molti tentativi sono stati fatti per rendere gli atleti più lucidi e concentrati anche a seguito di un impegno intenso e prolungato.

Molto diffuso, ad esempio, è l’utilizzo delle tecniche di respirazione e di rilassamento tipiche dello Yoga. Diversi, invece, sono i suggerimenti di Andrea Bosio, ricercatore presso il centro Mapei Sport di Milano. Secondo lo scienziato, così come si possono condizionare il cuore, i polmoni e i muscoli tramite l’attività fisica, si può anche abituare il cervello a rimanere efficiente anche durante impegni fisici intensi e prolungati.


BRAIN ENDURANCE TRAINING (BET) è il nome che è stato dato a un protocollo che trae le sue radici da questa intuizione. Alcuni importanti club calcistici come la Juventus hanno adottato questo protocollo nel periodo che precede l’inizio della stagione.

Consiste semplicemente in una lunga successione di small-sided games (SSG) ad alta intensità: durante i brevi periodi di recupero fra una partita e l’altra gli atleti si cimentano in specifici task mentali e test cognitivi, in modo da aumentare il carico cerebrale.


Sebbene la biologia sottostante a questo tipo di allenamento non sia ancora molto chiara, l’adattamento indotto nelle sessioni di BET sembra influenzare positivamente la percezione dello sforzo durante le attività di endurance.


Fonti: http://www.si.com/

Centro ricerche MAPEI Sport

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